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Apologia della violenza- Aforismi

Questi aforismi vogliono essere una causa provocatoria scatenante riflessione e discorso.

 

 

1

Nel Liberismo, la brama di ricchezza è maggiore del terrore della povertà.

2

Hanno costruito le Piramidi per paura della morte; hanno fatto gli eserciti e le cattedrali, pur parlando di Valalla e di Paradiso. La religione è il farmaco del loro terrore, la certezza che la società che hanno costruito sia errata.

3

Ogni aspettativa è la porta di ogni delusione

4

Essere pessimisti: ogni previsione errata sarà felice.

5

Non ti voglio affidare la responsabilità di qualcosa che non ti voglio dare.

6

Ricercano la completezza in qualcosa che non gliela può dare: essere consapevoli di ciò è l’unica completezza possibile.

7

Il Sapere è utile a chi vuole sapere

8

Noi abbiamo inteso la realtà secondo una forma duale: in ciò riveliamo la nostra dimensione mentale, attenta al particolare, al singolo “io” e al suo confronto con se stesso. Ecco perché il 3 è divino: esso è l’inarrivabile, l’impossibile che si concretizza.

9

Il primo potere è stato basato sulla violenza, perché esso incattivisce gli uomini nelle prigioni sociali solo quand’è più forte di tutti.

10

C’è questo di cattivo in ogni fine: un nuovo inizio.

11

La ragione ha trovato il suo veicolo nell’irrazionalità.

12

La gerarchia mi piace solo quando sono io a comandare.

13

Seguire una retta via ha tortuose conseguenze.

14

Hanno la presunzione di dire “il giorno migliore della mia vita”.

15

Un cane senza coda ha pochi padroni.

Apollo e la sua simbologia

Dall’Arte Antica e da Nietzsche ci viene tramandata un immagine gloriosa e di quieta maestà dell’Olimpico Apollo.
Ma là, ove c’è Luce, si trova sempre il buio più profondo [Deus est tenebra in anima post omnem lucem relicta] . Si dimentica spesso di considerare ogni aspetto della sua Divinità.
Entriamo nella Tenebra.

L’Apollineo si manifesta principalmente nelle arti, nella poesia, nella musica e nella regale stasi dello stile Dorico (è una delle principali Divinità del pantheon di questo popolo indoeuropeo): ma le sue epifanie possono avvenire in modi che non ricalcano lo stereotipo a noi tramandato; un esempio viene dato da Omero nel primo libro dell’Iliade:
“al santo Apollo di Latòna figliol, fe’ questo prego: “Dio dall’arco d’argento, o tu che Crisa proteggi e l’alma Cilla, e sei di Tènedo possente imperador, Smintèo, deh! m’odi: se di serti devoti unqua il leggiadro tuo delùbro adornai: se di giovenchi e di caprette io t’arsi i fianchi opimi, questo vòto m’adempi: il pianto mio paghino i Greci per le tue saette”.
Sì disse, orando. L’udì Febo, e scese dalle cime dell’Olimpo in gran disdegno coll’arco sulle spalle, e la faretra tutta chiusa. Mettéan le frecce orrendo su gli òmeri all’irato un tintinnio, al mutar de’ gran passi; ed ei, simile a fosca notte, giù venìa. Piantossi delle navi al cospetto: indi uno strale liberò dalla corda, ed un ronzio terribile mandò l’arco d’argento. Prima i giumenti e i presti veltri assalse, poi le schiere a ferir prese, vibrando le mortifere punte; onde per tutto degli esànimi corpi ardean le pire.” (Iliade, Libro I, versi 45-68).

Ma facciamo un passo indietro per far si che questo passo, assieme ad altri non stonino con la bellezza plastica di Apollo.
Conosciamo tutti i miti greci sui vari Eroi e sulle varie Divinità, miti tramandati attraverso il tempo (fissiamo un punto: il mito non è una favola, né, come spesso si dice, una spiegazione pre-scientifica del mondo; il Mito è il residuo di una Sapienza perduta, un Simbolo della più alta Realtà): quello riguardante Apollo, significativo del caso qui esposto è quello che gli guadagnò gli epiteti di Aphetoros (dio dell’arco) e Argurotoxos (dio dall’arco d’argento),oltre che altri a questo legato . E’ il Mito dell’uccisione di Pitone, il drago che circondava Delfi: il drago, come la serpe, in varie tradizione, specie in quella nordica (è il caso dello Jörmungandr o Serpente del Mondo) , ma anche in altre, rappresenta gli influssi negativi della Terra (non per niente Pitone è figlio di Gea, uno degli dei primordiali della Grecia pre-indoeuropea). Legato a questo epiteto v’è quello di Coelispex, in quanto, nella stessa Delfi fu dedicato ad Apollo l’Oracolo omonimo, considerato nell’età antica “Centro del Mondo”.

Questo è solo una delle possibili spiegazioni: ma per non sembrare deboli appoggiandoci alla sola tradizione mitica greco-romana, ci spostiamo in tre diverse zone “tradizionali”: L’India, l’area celtica, e il medio -oriente.

Area Celtica: i celti avevano come Divinità della caccia Karneios o Cernunnos, Signore della Natura per eccellenza: Questo Dio-cervo, fu assimilato ai tempi della conquista romana ad Apollo: gli storici lo tramando con nome di Apollon Karneios; questa assimilazione è dovuta al titolo di Lycoctonus, o uccisore di Lupi: questo titolo assieme a quello di dio dell’arco rendono pienamente l’assimilazione tra i due; potrebbe sembrare ovvia come conclusione, ma come rafforzamento aggiungiamo che il nome “Karneios” è intimamente legato a quello di Apollo per via dell’epiteto Coelispex, o scrutatore del Cielo: la radice del Nome del Dio celtico è KRN, la stessa che in greco forma Keraunos (il fulmine) e in latino Cornu e Corona: questa radice è espressione di potenza (Le corna dei buoi lo sono), di regalità (la Corona) e di potere divino
(il Fulmine, che tra l’altro colpisce solo le vette elevate), e questo fa si che l’elevazione e la capacità oracolare accomuni queste (apparenti) due divinità siano invero una sola.

Medio -oriente: per ritornare sull’aspetto distruttivo del Dio Apollo, citerò un passo dall’Apocalisse di Giovanni di Patmos: “E aveano come re sopra di loro l’angelo dell’abisso, il cui nome in ebraico è Abaddon, e in greco Apollion” (Apocalisse ,IX, 11). Il nome Apollyon altro non è che il nome greco del Dio per esteso, e trasposto dal greco all’ebraico significa il Distruttore: colui che più in là nel libro (Apocalisse 20:1) prenderà il Serpente e Satana e li getterà nell’Abisso chiudendoli per un periodo di mille anni. L’Analogia tra Pitone e la Serpe biblica è molto significativo.

India: in questa parte del mondo, come in molte altre, il Sole è considerato il Signore della vita, il Rigeneratore, La Conoscenza e il Simbolo della Verità per eccellenza, rappresentato in questa cultura plurimillenaria dall’Aquila o Garuda, l’uccisore dei Naga o serpenti. Ma memori degli aspetti terribili del divino, venne al Sole un secondo simbolo o aspetto: quello dell’Avvoltoio, rappresentante dell’aspetto mortifero e che trova nel buddhismo tibetano lo psicopompo addetto al rito della sepoltura celeste.

Da questa analisi spero di aver reso il più chiaro possibile il legame profondo che unisce vari simboli appartenenti a diverse tradizioni, e di aver ricordato a considerare la totalità degli aspetti di un Dio o si un Simbolo Sacro.

Sulla parità dei sessi

L’uomo e la donna non sono uguali. E’ un dato di fatto. Lo si può accettare per evidenza. Al giorno d’oggi si crede altrimenti; anzi è lo stesso Sistema a voler fare sembrare inutile qualsiasi forma di distinzione; ma sappiamo benissimo che l’eliminazione delle differenze, o l’ignoranza di esse, è un valido instrumentum regni.

Si potrebbero individuare infiniti piani di disuguaglianza tra l’uomo e la donna. Prendiamo in esame quello del rapporto con l’autorità, poiché fornisce un’interessante chiave di lettura politica. Le donne sono rimaste fuori dal potere- eccetto le dovute eccezioni- dall’avvento dei popoli indoeuropei in poi. Le società matriarcali sono state soppiantate da quelle patriarcali, che hanno imposto un modello dominante ai sessi, via via evolutosi in base alle necessità del sistema produttivo di riferimento. Donna e uomo hanno, dunque, assunto ruoli politici differenti.

L’uomo è naturalmente contrapposto al Padre, alla sua figura e al potere che essa rappresenta, per via di invitabili meccaniche psicologiche. Tende a criticare il Potere in Sé, il sistema di valori che esso porta, la direzione verso cui intende dirigersi un Sistema. In sostanza critica alle fondamenta.
La donna è portata a criticare il Potere nella sua funzione, lo attacca nella sua incoerenza con il sistema di valori su cui si basa, lo reputa ingiusto. Il rapporto che ha con la figura del Padre non può essere di piena contrapposizione, ma di critica ad personam. La donna cioè non distrugge il sistema valoriale, o l’idea di Potere, ma l’uso che di esso si fa; anzi si fa carico delle istanze giusnaturaliste.
Ossia Prometeo attacca gli dei e porta il fuoco alla razza umana, Antigone difende la legge non scritta degli dei contro Creonte, che gli ha vietato di seppellire il fratello caduto in battaglia mentre cercava di prendere Tebe. Nella fattispecie, secondo l’ottica greca, anche Creonte difende la legge degli dei, cioè tenta di salvare la città dal disordine, massima sciagura politico-sociale per una comunità greca. Tuttavia è palese che Antigone rappresenta l’Averno, la volontà degli dei infernali, slegata dal potere politico sulla Terra; per cui sia Brecht che Anuhil se ne sono serviti come simbolo del giusnaturalismo.
Nel mondo moderno è accaduto qualcosa di determinante per la differenza tra i sessi. La grande rivoluzione industriale ha mutato per sempre il modo di interpretare i loro ruoli. Se, infatti, nella società agricola l’unità-cardine della produzione era la famiglia, in cui i figli erano una risorsa preziosa e la donna era relegata al ruolo di fattrice e massaia, nella società industriale, l’unità produttiva è l’individuo. Si attua un processo attraverso cui le caratteristiche sessuali diventano secondarie. Il sistema produttivo richiede una persona che si relazioni con la macchina, non una fattrice, o un uomo che cura la terra. E’ un lavoro talmente semplice e ripetitivo da non essere discriminante.
Il lavoro dunque diventa uno strumento d’emancipazione e d’uguaglianza. Le associazioni femminili a carattere moralista vengono sostituite da quelle sindacali, dal vero Femminismo. Ed è questo il movimento vincente del Novecento. Grazie ad esso, lo Stato inizia a prevedere programmi che permettano alla donna di non rinunciare alla sua sessualità, sia nella sfera procreativa che in quella ricreativa. E’ una forma di equilibrio raggiunto insieme ai lavoratori nella grande lotta sindacale. E questa è una lotta completa: maschile e femminile, giusnaturalista, ma portatrice di un nuovo sistema di valori: è la base di costruzione di una nuova società. Uomini e donne sono Antigone e Prometeo insieme: nella società che si tenta di costruire non si pensa al sesso come piano di disuguaglianza. Tuttavia, il Femminismo, quale ideologia industriale, porta con sé tutte le degenerazioni antiarmoniche del caso, tutta la carica alienante della macchina, che si riversa nel modificare e inquinare la natura umana.
Oggi si registra un nuovo assetto. Il Sistema propone un modello unico, “il realizzato/a”, dà a entrambi i sessi un’unica strada per raggiungerlo. Si propone, infatti, il successo nel lavoro come alternativo al successo sentimentale-affettivo: o si è donne e uomini in carriera o si è padri e madri di famiglia. La televisione presenta tutto il giorno questi modelli dicotomici, fingendo che si possano armonizzare: il più delle volte, dopo il matrimonio, la donna rinuncia alla carriera, come una sorta di Cincinnato, e si rifugia nel dovere della famiglia. La pubblicità, le commedie cinematografiche e la vita politica trasudano questa ideologia.
Ora, se si sceglie il primo modello, si è inevitabilmente “falliti” nel secondo, cioè non si aderisce al modello, non si “realizzati”. Quindi conviene scegliere il secondo? No. Nonostante tutto il parlare che fa della famiglia, il Sistema non la valorizza realmente. Basta guardare un qualsiasi soap-opera per accorgersi che i personaggi che scelgono la vita sentimentale-affettiva si rammaricano sempre di non aver scelto il lavoro. La frustrazione è invitabile in ogni caso.
Considerando l’analfabetismo sentimentale delle ultime generazioni, l’incapacità di costruire rapporti veri-argomento di per sé complesso, vedi L’ospite inquietante di Galimberti- sembra inevitabile che la “donna in carriera” diverrà, o è già divenuta l’unico modello. Protagonista della corsa tra lupi che si chiama neo-liberismo, l’essere umano femmina perde completamente la percezione della sfera sessuale procreativa, a vantaggio di quella puramente ricreativa; cioè le viene negata la scelta della maternità, attraverso leggi ingiuste modelli propagandistici. L’uomo diverrà, o è divenuto, il centro di matrimoni spezzati e di rapporti filiali snaturati, e resterà incapace, anche in parte, di somigliare o essere migliore del Padre: è una catastrofe psicologica.

Il sistema produttivo industriale ha spogliato gli individui di una fruizione completa della sessualità, anche perché non gli è utile. I figli del mondo industriale sono un peso, non una ricchezza: l’individuo che interagisce con le macchine non è uomo e non è donna, non deve essere fratello di nessuno, ma solo amico dei motori e della pressa. Avere un numero maggiore di persone non è un incremento della forza lavoro, ma della disoccupazione.
Tutte queste condizioni sono una continua negazione della naturalità e dell’uomo, una serie di gabbie invisibili e una vera e propria catastrofe.  Si potrebbe ipotizzare tristemente che questa fase storica sia funzionale, magari, ad una successiva perdita totale della sessualità, cui aveva pensato Orwell nel noto 1984.

Contro Serse

Più di tutti io odio Serse. Non per i nostri destini minacciati dalla sua ombra, o per la tragedia che è conoscere le vere conseguenze delle sue azioni e rimanere inascoltati. Io odio costui non come Cassandra odiava i Danai, perché egli mi rende inviso ai miei compatrioti, folle ai loro occhi e fonte di menzogne.

Nemmeno lo odio perché dopo aver bruciato con l’inganno le nostre ricchezze, ci renderà schiavi e dovremo vivere una vita in catene, essere, per l’appunto, schiavi nella luce, come la disgraziata Ecuba. Non perché rapirà i nostri figli e abuserà delle mogli, non perché farà di tutto per dividerci e comprarci, germinando il seme della strage tra le famiglie.
Serse ha riempito di menzogne e oro coloro che non valgono nulla e noi dovremmo essergli grato d’averci mostrato chi sono i veri deboli, chi più di tutti disonora la terra che ci ha generato. Calpesta col piede il suolo tradito e ci rivela la vera natura delle cose, che avevano nascosto i nostri buoni intenti e la tolleranza verso chi è infido. Noi nel nome della convivenza e della pace avevamo fatto finta che tutti fossero fedeli alle loro promesse e che sarebbero stati pronti a sacrificare la vita per il bene comune. Ma Serse ci ha mostrato come è facile divenire schiavi, anche senza l’ausilio della fredda catena e come è invece difficile essere uomini liberi.
Non temo Serse, nemmeno se prenderà le città e le campagne, nemmeno se ci vieterà di onorare i nostri morti. Lo ringrazio, invece, se tenterà di imporci i suoi costumi, le sue usanze barbariche, perché mi darà occasione di morire per qualcosa di giusto. Non lo temo, perché vorrà che m’inchini al suo cospetto, mentre cercherà di cancellare la mia memoria e le nostre storie, i nostri valori, fingendosi amico di noi tutti.
Forse vorrà che anche noi diveniamo un tassello del mosaico, che anche noi, al suono della frusta e al calore della minaccia, ci battiamo dalla parte di uno straniero, insieme ai mille altri suoi servi, nulla nel nulla, massa nella massa, carne da macello. E anche a questo è preferibile la morte.

Io odio Serse perché la sua Corte è la miscellanea più cupa, perché ad essa s’accede con l’inganno e la mortificazione della persona: non c’è uomo sano che possa chiamare un altro Re dei Re, perché non c’è uomo sano che possa credere che un uomo è un dio o che un dio sia un uomo. Ma è ovvio che la prostrazione e l’umiliazione sono i cardini e la linfa del regno dell’Asia.
Più di tutto io odio Serse, perché insegna la debolezza. Corrompe l’anima dei giovani e impianta in questa la forza dell’ambizione senza misura. A loro non spetta imparare il coraggio e la fedeltà alla terra, ma l’arte dell’intrigo e la prostituzione. Non più tendono alla perfezione, alla giustizia e alla gloria del bene comune, ma cresce in loro la volontà di divenire dei imperfetti, consacrandosi sacerdoti di se stessi con la promessa di consumare la vita nel piacere del momento.

Passano la vita nel postribolo della Corte, o sognano di esserne parte. E questa non è un’ambizione impossibile, poiché in essa trovano spazio tutti, purché s’inchinino al sovrano e lo chiamino dio. Serse, infatti, mentre violenta le culture dei popoli a lui sottomessi, si dice rispettoso dei loro costumi e della loro storia e accetta chiunque, purché consegni la sua volontà nelle mani del tiranno.

I mostri di tutta l’Asia, contorti e deformati, fanno vanto delle loro bruttezze, delle loro miserie morali e della furbizia. Non sono costoro come colui che è ferito o mutilato in battaglia, o colui che ha colpito la disgrazia nell’onore del lavoro, o nella sfortuna della nascita, che con coraggio affrontano i giorni e si spendono più che possono per il loro popolo. No, i deturpati della Corte sono scherzi della natura e diletto del sovrano e ne sono felici, perché possono approfittare della ricchezza e di quella che credono felicità senza doversi sforzare minimamente.
Le donne d’Asia non hanno dignità, schiave anche loro e genitrici di schiavi. Non per custodire la stirpe, o per vegliare sull’integrità delle famiglie, vivono; né per raccomandare ai figli di vivere gloriosamente o gloriosamente morire. Le donne d’Asia aspirano alla Corte e all’amore del Re: né il vincolo familiare, né l’amore per i figli le sottraggono dalla volontà del falso dio e a lui si concederebbero senza pudore.
Grande il suo esercito e onorato a parole. Una massa informe di mercenari e coscritti con la forza: non è un onore morire per Serse, non un privilegio da negare a chi non è degno, ma un impulso scatenato dal denaro e dalla paura. Il numero è la vera forza di queste disordinate schiere, la più grande fonte di coraggio di coloro che combattono per l’Asia. Poiché non hanno libertà da perdere, ma solo la vita da schiavi, non possono che sperare di guadagnare qualcosa e qualcosa guadagnano dalla benevolenza dei generali, che spesso non premiano l’onore o il coraggio, ma la nuda obbedienza.
E i generali e i nobili vivono nel lusso e nell’ingordigia, poiché nessuno e niente li ispira a vivere rettamente. Così accade che un esercito numeroso divenga solamente una delle tante vie che percorre la corruzione e lo spreco.
Gli alti ceti, anch’essi aspirano a godere della luce della Corte e coloro che li compongono sognano solo di divenire più ricchi dei loro pari, così accade che tra di loro non ci sia altro che un’amicizia fittizia e che, alla prima occasione, le loro intenzioni si rivelino nell’architettare una congiura o nel costruire abili tranelli.
Serse, che con il suo denaro e la sua debolezza viene a insegnarci come vivere e come pensare non è che un criminale e subirebbe una sorte degna alla sua natura, se non fosse nato ricco o potente. Potrebbe di certo subire immediatamente la giustizia che merita, se il potere del denaro lasciasse spazio all’importanza dell’integrità e alla forza della nostra cultura; ma i nostri compatrioti più meschini non si sono del tutto sottratti al fascino del potere.

Eppure sappiamo che per natura Serse e la massa inerme che lo sostiene è destinata a perdere e che il suo vero scudo è la corruzione. Ma, avanzando, ci ha rivelato chi è debole tra di noi e quanto si adatti bene tale debolezza al dio degli schiavi.

Serse non potrà mai vincere contro degli uomini liberi, poiché non guida altro che un’armata di schiavi e di schiavi solamente si circonda, ai quali ha insegnato a rimanere attaccati a lui come alla vita e a ritenere la più grande paura morire, in quanto i morti non possono godere del piacere e del lusso e di tutti i beni materiali che consolano lo schiavo della sua condizione e che lo schiavo stesso chiama felicità.

L’atemporalità di facebook

La tecnologia rende tutto più veloce. Anche i cambiamenti culturali, o perlomeno questo è ciò che appare, sebbene sanno bene tanto i biologi dell’evoluzione quanto i sociologi e gli storici quanto alcune proprietà siano dure a morire e quanto la velocità del cambiamento sia di difficile misurazione; in conseguenza della sua problematica misurazione, è difficile anche parlarne riferendosi a dati oggettivi. Tuttavia per ciò che ci interessa qui e ora basta la semplice impressione. La tecnologia rende tutto più veloce e sembra quasi che la storia acceleri: i cambiamenti e le notizie si susseguono davanti ai nostri occhi (e sui nostri monitor) l’una dopo l’altra, portandoci a conoscenza di eventi, persone e cose sempre diverse, nel tempo e nello spazio; il flusso di informazioni è tale da sommergerci, da rendere sistematicamente un problema la scelta e la selezione di quelle che conviene o che non conviene sapere, che vanno o non vanno approfondite, che vale la pena visionare o meno. Confusi, spiazzati e sovraccarichi per una tale portata del flusso di informazioni, finiamo spesso nella trappola diabolica che blocca il meccanismo di selezione ed estingue la sua funzione, determinando un livellamento delle informazioni, un appiattimento degli eventi e delle emozioni che questi suscitano in noi. Del resto questa predizione, che aveva già allora tutta l’aria di una previsione, era stata fatta da personaggi di spiccata sensibilità e intelligenza dell’inizio del secolo scorso: mi riferisco soprattutto a Ray Bradbury e Aldous Huxley, scrittori che nelle loro opere distopiche (rispettivamente Fahrenheit 451 e Il mondo nuovo) prospettavano il rischio della trasformazione della democrazia e della società di massa (ancora emergente) in un orrendo sistema che pone al centro dell’impalcatura valoriale la felicità individuale e collettiva, a scapito della possibilità di provare emozioni. Le emozioni sono dannose: turbano la felicità (una concezione negativa di felicità, nel senso ellenistico del termine, riferendosi allo stoicismo e all’epicureismo).

Dunque, tutto è più veloce. Un ragazzo tipo di diciannove anni ha delle abitudini completamente diverse da uno di sedici, ma tale diversità media non dipende semplicemente dalla differenza di età e dalle sue ovvie conseguenze per il tipo di impegni, bisogni e interessi: infatti, nei tre anni che li separano, sono successe molte cose che hanno avuto un impatto notevole sulla vita quotidiana e sulle abitudini più usuali che si possono immaginare. Per esempio quando l’attuale diciannovenne, tre anni fa, aveva sedici anni, non esisteva ancora la moda dei social network, Facebook in primis. Esisteva invece la moda dei blog su Live Spaces, il servizio degli utenti di Messenger, ed esistevano le mail, insieme con la chat, come principale strumento di comunicazione interpersonale nel mondo virtuale. Oggi, un ragazzo di sedici anni medio ha un account su Facebook, pubblica i suoi pensieri su Facebook, invia e riceve messaggi su Facebook, usufruisce del servizio di chat di Facebook, perché Facebook è un sito multifunzionale che proprio per questo motivo per alcuni sta diventando, preoccupantemente, sinonimo di internet; invece, benché non in tutti i casi, chi era inserito nel mondo virtuale già prima dell’avvento di Facebook, più facilmente ha mantenuto dei legami con il vecchio servizio di posta elettronica e con i vecchi programmi di chat, e di certo non perché i ventenni sono più conservatori e meno inclini all’innovazione tecnologica di quanto lo siano i sedicenni, e così in alcuni casi può capitare plausibilmente che si crei una sorta di distacco generazionale, anche se generazionale letteralmente non è, tra gruppi estesi di persone di età simili, che in altre condizioni le accomunerebbero. Raggruppare tutti i servizi su Facebook è comodo, perché per tenersi aggiornati su impegni e contatti è sufficiente connettersi al proprio account: ognuno può vedere, appena connesso a internet e in un colpo solo, se ha ricevuto messaggi, foto, commenti, frasi, inviti. Ma cosa vuol dire comodo? Perché diciamo che è comoda la centralizzazione delle nostre attività? Perché evitiamo di dover aprire diversi programmi, uno per ogni servizio di cui vogliamo servirci. E inoltre si impiega un intervallo di tempo sensibilmente minore ad aprire una pagine e controllare le notifiche, che riassumono il tuo status, piuttosto che a rischiare di dover aprire, diciamo, il programma di ricezione delle mail per poi scoprire che non ce ne sono nuove, oppure il programma di chat per scoprire che nessuno è in linea. Meglio fare tutto in una volta e concentrare le attività nel tempo. In tutto questo discorso si è assunto come principio fondante quello secondo cui la riduzione del tempo impiegato a compiere un’attività è conveniente ed è preferibile alla diluizione della stessa attività in un lasso di tempo di maggiore durata. Questo è lo spirito del tempo.

La convinzione appena esposta è largamente condivisa (del resto se non lo fosse non si potrebbe definire come rappresentativa dello spirito del tempo) eppure è falsa (una delle cose più importanti che insegna la cultura scientifica è che non è affatto vero che la plausibilità di un fatto è maggiore se maggiore è il numero delle persone che sono convinte della sua verità). È falsa perché prende le mosse, sottobanco, da un’altra convinzione, cioè che il prodotto di un’attività sia indipendente dal tempo che si è impiegato a compierla. Comprendo benissimo chi, leggendo alcune delle considerazioni fatte, rinfacci l’autore di essere fin troppo impregnato di linguaggio scientifico e di non riuscire a farne a meno anche nell’esposizione di questioni lontane dall’argomento di discussione; ma l’autore può rispondere loro, senza indugi, che la storiella della dicotomica divisione tra ambito umanistico e ambito scientifico è acqua passata, almeno nella sua testa e a suo modesto parere. Comunque, si ritiene ingenuamente che il tempo alteri la durata e l’accessibilità alle informazioni senza alterarne i contenuti. Come se il testo abbreviato di un sms potesse sostituire completamente una telefonata, o la visione di un film ispirato a un romanzo costituire un buon surrogato alla lettura del libro; come se il riassunto di una storia modificasse la sua durata, accorciandola, ma non la sua trama; come se dalla minore quantità non seguisse spontaneamente la minore qualità, come se la parte potesse completamente sostituire l’intero. Come se un nano fosse un gigante con le gambe tagliate.

Un pensiero interessante di Agostino d’Ippona era la teoria della distensio animi, secondo cui lo scorrere del tempo è una sensazione soggettiva indissolubilmente legata all’interiorità della persona: la persona (nella stessa accezione Agostino parla di anima) vive del proprio passato ed è tesa al raggiungimento del proprio futuro, il presente non è che un lampo, un attimo, un istante, che unisce e divide il passato e il futuro. La persona quindi non è che tempo e capacità di percepirlo nel suo perenne scorrere. L’idea della persona in relazione al tempo torna utile per una interessante catena di osservazioni: la tecnologia, rendendo tutto più veloce, sta modificando il rapporto dell’uomo con il tempo, ma essendo una parte dell’essere uomo cosciente legata al tempo, la tecnologia sta modificando il rapporto dell’uomo con la sua stessa umanità. Prima di passare all’analisi della seconda parte della catena di proposizioni, continuiamo a ragionare e a riflettere sul modo in cui il sistema del social network influenza il tempo e l’importanza che attribuiamo al tempo in relazione agli altri. Come già detto, prima che Facebook fosse così di moda e capillarmente diffuso, c’era stata un’esplosione dei blog personali degli utenti del servizio di Messenger. Ognuno aveva la possibilità di costruire una pagina personalizzata nel layout, nei dati personali e nelle aggiunte a piacere di informazioni (classici erano gli amo e gli odio) e link consigliati, nei contenuti, nello stile e nella lunghezza degli interventi. Comunque, ciò che ora importa, era il sistema di archiviazione automatica degli interventi, che permetteva a tutti i lettori di rileggere a proprio piacimento i vari interventi pubblicati fin dall’apertura del blog, anche dopo mesi o anni dalla loro pubblicazione. Quindi ciascuno, pezzo dopo pezzo, scriveva sé stesso e gli era possibile a distanza di tempo riguardarsi com’era prima, nel passato. Facebook ha un sistema ben più incentrato su un altro tempo, che è il presente, e questo rende l’espressione di sé molto più superficiale. Se l’espressione di sé con il blog personale era un racconto, la sequenza degli interventi nel tempo, con Facebook diventa qualche frase, straordinariamente meno espressiva rispetto a un intervento, di cui non è facile nemmeno ricostruire la successione nel tempo, perché le frasi, i commenti, i link inviati dall’utente o dai suoi amici dopo un certo periodo scompaiono dall’account e non c’è un’archiviazione sistematica. Si tende a pubblicare frasi proprie o altrui che andranno dimenticate, sia da chi le scrive e legge che dal social network stesso, tanto velocemente quanto sono state concepite, in un attimo. È quell’attimo, è il presente, che sta progressivamente allontanando l’uomo dalla sua singolarità, dalla sua peculiarità, dalla sua individualità che fanno parte della sua umanità, avvicinandolo piuttosto alla piattezza delle esperienze, dei pensieri e delle emozioni. Si potrebbe notare che esistono su Facebook anche le note, simili agli interventi dei blog, e le foto, che non vengono rimosse ma archiviate; ma ancora una volta, nonostante questi elementi compaiano in ordine di pubblicazione nella pagina, si ha più l’impressione di trovarsi davanti ad una collezione di parole e immagini più che all’espressione di sé di qualcuno. Tanti elementi di luoghi, persone, momenti diversi tutti raggruppati sulla stessa pagina, nella loro immediatezza. Quello che conta è il presente, e ce lo dobbiamo godere: sembra che la tecnologia, con la sua velocità, voglia dirci questo.

E allora, facciamo il logout, spegniamo il teleschermo e leggiamoci Bradbury, Huxley, Orwell, Asimov, Tolkien, Camilleri, Saramago… e godiamocelo davvero.

Cronaca, strumentalizzazione e nichilismo

I fatti di cronaca riscuotono sempre un certo interesse nel nostro Paese. Telegiornali, quotidiani, programmi televisivi raccontano i fatti più cruenti di un accaduto in maniera così dettagliata e impegnata che tutto il resto passa in secondo piano. Tutto è accantonato, messo da parte per un periodo non precisato, ma comunque considerevolmente lungo, se si pensa a ciò che è accaduto ad Avetrana, o, andando indietro negli anni, a Novi Ligure, Cogne, Erba e tanti altri. Questo è il tempo di Avetrana, di Sarah Scazzi, di Michele Misseri e di sua figlia Sabrina: un omicidio consumato in un modo ancora indefinito, un movente non chiaro, avvocati, confessioni prima fatte e poi smentite, notizie su notizie che si accavallano ora dopo ora. Muore una persona, si apre l’inchiesta, la polizia indaga, TV e giornali tengono informati i cittadini, mentre la logica sembra suggerire che è affar nostro fino ad un certo punto e, lentamente, ci accorgiamo che proprio di “abituale” informazione non si tratta. È un bombardamento. Una raffica di informazioni che dura da circa quattro mesi e la questione è se sia veramente utile tutto questo. La mattina le prime notizie, a mezzogiorno i telegiornali mandano in onda i servizi, il pomeriggio nei salottini di questo o quel programma si tengono le discussioni più disparate, la sera gli approfondimenti con tanto di criminologi, giornalisti, specialisti di vario genere. Solo Avetrana, solo Sarah Scazzi. Perché? Che si tratti di una terribile tragedia siamo d’accordo. Eppure ci deve essere qualcosa di più. Di Sarah Scazzi ormai sappiamo tutto. Come mai? Siamo davvero così curiosi di sapere sempre di più su quest’adolescente tanto da aver volontariamente allontanato le “altre questioni” come la politica, i tagli alla scuola e all’università, i problemi della sanità, dell’immigrazione e lo stato di degrado in cui verte il nostro Paese? Il sospetto che dietro a questo genere d’informazione ci sia qualcosa di volutamente calcolato è significativo e non sarebbe la prima volta che un fatto di cronaca faccia presa così eccessivamente da essere quasi l’unica cosa di cui si parli. Perché è maledettamente comodo che se ne parli e, in fin dei conti, questo è l’obiettivo di chi utilizza i mezzi di comunicazione di massa per i propri scopi. Dopotutto chi gestisce questo sistema si deve preoccupare solo di due cose davvero importanti: la durata e la buona impressione. La prima si basa sul fatto che un evento di questa portata, nella fattispecie Avetrana, debba durare il più possibile, seguendo alla lettera il saggio principio secondo il quale “più dura meglio è”. La buona impressione invece diventa rilevante nella misura in cui è l’immagine di presentatori e giornalisti a beneficiarne maggiormente, sfruttando una quotidiana dose di buonismo con il quale condiscono i loro programmi televisivi e i loro servizi da mandare in onda, tenendo conto naturalmente che tutto ciò è fatalmente legato al fattore durata.

In questa maniera i temi cruciali e quindi più scomodi che riguardano la nostra quotidianità e la tutela della stessa hanno raggiunto oggi un livello d’interesse molto basso, in un paese dove d’interesse ce n’era già poco. D’altronde la strumentalizzazione nel campo dell’informazione funziona così: chi gestisce il controllo dei mezzi di comunicazione, come TV e giornali, ha il potere di manovrare la massa spostando l’attenzione della stessa da un ambito all’altro attraverso l’impatto che può esercitare un caso, un omicidio per esempio, rispetto a un altro, ed è soprattutto nei fatti di cronaca che l’effetto di questo impatto è amplificato per meglio raggiungere lo scopo prefissato.

Sistemi di questo tipo si nutrono della società stessa, delle sue insicurezze, dei suoi disagi. Il nichilismo che oggi caratterizza la nostra quotidianità, le nostre discussioni e, inevitabilmente, il nostro modo di osservare il mondo, fa sì che la nostra selezione critica riguardo alle informazioni che ci arrivano sia sempre meno autonoma. Siamo davvero entrati in un’era di pieno nichilismo? Prima di rispondere è meglio chiarire la domanda. È opportuno porci una domanda di questo tipo perché è vitale capire quale sia la nostra condizione oggi, quale sia il nostro futuro e se è possibile cambiare gli eventi che rendono precario questo futuro. Se la gente che legge i giornali, che guarda la televisione, non sente il bisogno di indagare su queste cose non credo si tratti di semplice e banale disinteresse, ma più che altro di una sorta di “ipnosi” alla quale è sottoposta ogni giorno da parte di quel “leviatano nichilista” che tutto intorpidisce e che tutto fa marcire, poiché è proprio la paralisi mentale, per altro largamente diffusa, che lo rende così forte. La condizione nichilista nella quale ci troviamo ha il suo punto di forza nella non-reazione, nella noia, nella mancata volontà a cambiare lo stato di cose vigente che, invece, dovrebbe, come esseri umani, appartenerci di diritto. Ma, mi domando, come è possibile sperare di curare una malattia se non si ha una minima conoscenza della malattia in questione? Il punto è questo. Ci indeboliamo giorno dopo giorno senza sapere e capire che con il nostro volontario annichilimento rafforziamo il nostro comune nemico.

Qual è la cura allora? Nietzsche definiva il nichilismo come “il più inquietante tra tutti gli ospiti”, qualcosa insomma che fa paura, ma non per questo deve essere ignorato; anzi, è necessario affrontarlo, guardarlo bene in faccia e, alla fine, scacciarlo. Perché ciò di cui abbiamo veramente bisogno è proprio questo: un agire comune che ci permetta di superare questa fase di nichilismo passivo, nella quale ci troviamo. Non possiamo chiudere gli occhi, tapparci le orecchie, stare in disparte, poiché è così facendo che abbiamo lasciato entrare quell’ospite a noi poco gradito. A questo proposito, una via per tale superamento è proposta dal campo dell’informazione: già diversi gruppi di persone, giornalisti, artisti, studenti, giovani in genere si stanno mobilitando con blog o giornali autogestiti e autofinanziati che possono garantire, per il momento, una certa libertà di espressione e soprattutto di divulgazione.

La libera informazione come strumento di lotta. La lotta contro “il più inquietante tra tutti gli ospiti”: il Nichilismo.

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